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Il Cigno Nero, di Darren Aronofsky

“L’unico vero ostacolo al tuo successo sei tu: liberati da te stessa. Perditi, Nina
Con questa frase Thomas, direttore della compagnia di ballo, spinge Nina sull’orlo del baratro. Lei, già così fragile e problematica, ossessionata dalla perfezione, da una madre morbosa e da un passato di autolesionismo, iniza una caduta libera nell’abisso profondo e contorto della propria anima. È di questo che si tratta, in fondo, di un viaggio nell’anima.
Darren Aronofsky, dopo il successo di The Wrestler e un precedente artistico come il visionario The fouintain (L’albero della vita), mette in piedi un film memorabile, che non può non impressionare, da qualsiasi ottica lo si guardi.
Natalie Portman, vincitrice dell’Oscar come miglior attrice protagonista, ci trascina per mezzo dell’espressività dei suoi occhi, del suo volto scavato, nella mente di una ragazza disturbata, travolta da una fragilità e un’insicurezza che è costretta ad affrontare nel peggiore dei modi, attraverso l’interpretazione del Cigno Nero, nel quale finisce per immedesimarsi fino alle estreme conseguenze.

Il tema del viaggio interiore è affrontato con cruda maestria. La scoperta delle emozioni, della trasgressione e del sesso si esplica in una riscoperta del sé. I personaggi che Nina incontra sulla sua strada sono figure ambigue, che sembrano attirarla e respingerla insieme, minando ancor più la sua già precaria stabilità.

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The Raven, di James McTeigue

John Cusack è un attore particolare. Nonostante non abbia una grossa espressività, riesce tuttavia a vestire i ruoli più improbabili con discreto successo. Qui, nei panni di un istrionico Edgar Allan Poe, non sfigura, anzi riesce a dare un certo spessore a un protagonista altrimenti vittima di una sceneggiatura non proprio brillante.

Interessante invece come la storia sia stata collocata nel periodo immediatamente precedente la morte di Poe, amalgamando informazioni frammentarie con la vicenda cinematografica di fantasia che lo vedrebbe “vittima” di un mitomane che si diverte a inscenare i delitti da lui descritti in alcuni dei suoi celebri racconti.

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Quella casa nel bosco, di Drew Goddard

Finalmente.

Il Terzo Occhio non veleggia al vento di facili entusiasmi, ma le voci che giravano su questo film non erano infondate.

Vale davvero la pena vedere Quella casa nel bosco. I motivi sono molteplici: innanzitutto è dissacrante, riesce a prendere in giro gli horror moderni svelandone i meccanismi che li animano, un po’ come già fatto da Wes Craven nella serie Scream. Solo che qui non sono i ragazzi a svelarli, anzi i deboli protagonisti non sono altro che marionette i cui fili sono tirati da gente che la sa lunga, che è a conoscenza di un mistero antico più del mondo stesso.

All’horror più classico, in questa pellicola si mischia un’ironia subdola, mescolata a innesti di fantascienza. Per non parlare degli stereotipi, di come – una volta tanto – questi vengano capovolti e il buffone del gruppo si riveli invece il più sveglio e – in effetti – l’unico a sbrogliare la matassa.

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Intervista a Giuseppe Agnoletti, vincitore del Premio Short Kipple 2011

 

Dopo la chiusura della webzine “Aculeo”, riporto qui una mia vecchia intervista a Giuseppe Agnoletti.

Kipple Officina Libraria è nota per le numerose iniziative editoriali e per il Premio Kipple per romanzi di fantascienza, nato soltanto nel 2008 ma che ha ottenuto, in ognuna delle tre edizioni tenutesi fino a oggi, vincitori illustri (basti citare il Premio Odissea Clelia Farris e i Premi Urania Francesco Verso e Alberto Cola).

Quest’anno l’officina ha inaugurato il Premio Short Kipple per racconti di genere (erano inclusi l’horror, il fantasy, la fantascienza e relative contaminazioni) che ha visto trionfare a pari merito “Zombie Carpocalypse” di Domenico Mastrapasqua e “Le balene di Maath” di Giuseppe Agnoletti.

Quest’ultimo, occorre precisare, si è piazzato tra i finalisti anche con altri due scritti: “Il maestro delle corde” e “Fiamme nere”.

Di seguito, l’intervista:

Innanzitutto benvenuto in questi lidi, Giuseppe. Noi ci conosciamo da un po’, virtualmente parlando, ma non abbiamo mai chiacchierato insieme. Partiamo con la più classica delle domande: come hai iniziato a scrivere?

Sarebbe facile rispondere: «Con le mani…» ma, scherzi a parte, ho iniziato tardi, molto tardi. Mi ritengo un “creativo”. Mi piace fotografare. Un tempo sviluppavo i negativi in bianco e nero in casa. Suono la chitarra, all’occorrenza me la cavo bene a disegnare, e mi interesso anche di astrologia.  Naturalmente leggo. Trovo naturale che a un certo punto io abbia trovato uno sbocco creativo anche nella scrittura, visto che sono introverso e che parlo poco. Tutto quello che entra nel cervello da qualche parte deve pure uscire.

Ci puoi parlare degli altri due racconti finalisti al Kipple? Di cosa parlano?

“Il maestro delle corde” è un racconto noir. Il classico tentativo da parte di un marito di eliminare la moglie, in una maniera del tutto particolare. Il tocco esotico è rappresentato dal bondage giapponese che ricorre per tutta la storia.

“Fiamme nere” è ambientato durante la prima guerra mondiale. Una storia bellica, quindi, ma anche fantastica, visto che uno dei personaggi è un soldato piuttosto particolare. E devo dire che questo tipo mi piace parecchio e forse lo metterò in campo in altre occasioni, chissà…

Sai che ho letto e amo in modo particolare “Le balene di Maath”. Una storia maledetta ma che giudico profonda, in qualche modo epica. Come lo hai concepito?

In un certo senso su ordinazione. Giovanni Buzi, lo scrittore e pittore scomparso nel 2010, mi contattò tempo addietro per chiedermi se mi andava di scrivere una storia a “sfondo omosessuale” per una antologia. Io gli dissi che ci avrei provato. A lui piacque, ma in seguito mi disse che del progetto non se ne sarebbe fatto nulla.

Così ho utilizzato il racconto per altre occasioni e devo dire che si è comportato davvero bene; insomma piace abbastanza.

“Le balene di Maath” è un racconto di fantascienza, ma so che tu, come scrittore, ti senti più incline all’horror. Pensi che i tuoi migliori scritti siano horror?

Domanda difficile perché difficile è auto giudicarsi.  Io nasco come scrittore del fantastico, poi ho virato verso l’horror. Tuttavia la mia produzione è multiforme, ci puoi trovare della fantascienza, del comico o del grottesco, spessissimo elaboro racconti con una ambientazione storica. Nel mio DNA c’è il senso del passato in una maniera viscerale; non posso fare a meno di parlarne. Quando vedo una casa abbandonata provo forti emozioni e mi chiedo chi ci possa aver abitato, cosa facevano e come vivevano… e quando accadeva tutto questo?

Tu è un po’ che sei sulla breccia. Che idea ti sei fatto del mercato editoriale in Italia? Si sta creando lo spazio per gli emergenti? Se sì, in che misura?

Poco alla volta mi pare che le cose cambino e che l’endemica esterofilia dalla quale siamo afflitti stia lentamente venendo meno. Tempo fa leggevo che un’altissima percentuale di libri pubblicati vendeva solo una copia…

A livello di concorsi, quali ti senti di consigliare a chi vuole farsi conoscere?

In genere quelli che danno a possibilità di una pubblicazione, magari senza tasse di iscrizione. Oppure quelli che offrono ricchi premi, parlo di 1.000 – 2.000 euro o anche più. Non tanto per il sostanzioso emolumento in palio, ma perché si tratta di manifestazioni dove ci sono parecchi partecipanti. Addirittura so di scrittori che si organizzano in cordate allo scopo di realizzare un racconto di ottimo livello. Bene, vincere una di queste manifestazioni credo possa dare una bella sferzata di vigore alla propria autostima. Un tempo c’erano il Lovecraft e il Robot, ma sono scomparsi da alcuni anni. Tuttavia mi pare che il vecchio premio Lovecraft stia tornando alla ribalta col nome di Premio Algernon Blackwood. Da evitare quelli che richiedono una grossa somma per l’iscrizione e offrono come premio l’antologia del concorso, magari realizzata da un ente quasi sconosciuto e con visibilità praticamente zero.

Ci sono poi le selezioni della Delos, tramite il forum della WMI. Hanno realizzato un’antologia di racconti erotici, adesso sono in corso le selezioni per un’antologia horror e per 50  racconti brevi da pubblicare in uno speciale della rivista dedicato alla fantascienza.

Molto duri sono il Circo Massimo e il RiLL; ovviamente parlo di concorsi per letteratura di genere, non mainstream.

Le maggiori soddisfazioni che hai ottenuto in questo campo? Qualche pubblicazione di cui ti senti di parlare?

L’antologia “L’altalena”, pubblicata da Edizioni XII in collaborazione con la Tela Nera e nella quale ho piazzato ben tre racconti. E le numerosissime altre raccolte nelle quali sono presente fra cui, prossimamente, quella del Premio Short Kipple, dove riesco a bissare la triplice presenza. Peccato che io non riesca a darmi da fare per il grande balzo con un romanzo.

A livello di letture , quali sono a tuo avviso le pietre miliari che uno scrittore emergente – di genere – dovrebbe aver letto?

Ognuno ha i propri gusti, pietre miliari ce ne sono a bizzeffe. Dico qualche titolo a caso: Il Club Dumas, di A.P. Reverte; Il Nome della Rosa, di U. Eco; I pilastri della Terra di K. Follet;  Il ciclo della Fondazione di Asimov e tantissimi altri. Non bisogna mai smettere di leggere.

Negli ultimi tempi leggo i romanzi di Mauro Corona, quello del Vajont; molto belli, riescono a trasmettere in maniera notevole quel senso del passato a cui mi riferivo prima.

Parlando di emergenti, c’è qualche libro che vuoi consigliare ai lettori di Aculeo?

Sì, volentieri. Ne approfitto per consigliare il lavoro di uno scrittore emergente che mi ha impressionato: “Il diciottesimo vampiro”, di Claudio Vergnani. Un esordio col botto è dire poco. Un libro che ho divorato dalla prima all’ultima pagina. Davvero eccellente, credetemi. Un libro che dimostra come certi nostri autori nulla abbiano da inviare agli americani.

Infine, la domanda delle domande: cosa pensi dell’editoria a pagamento?

Tutto il male possibile. Fra l’altro è anche una cosa piuttosto stupida. Se uno davvero ci tiene ad avere il proprio nome sulla copertina di un libro da distribuire a parenti e amici ha ben altre strade, più economiche e soddisfacenti.

1)      Autoprodursi il proprio volume in casa, l’unica problematica è poi farlo rilegare.

2)      Commissionare a una tipografia tutto  il lavoro.

3)      Rivolgersi ai siti che producono volumi in digitale.

“Già, ma chi mi distribuirà il libro?” Non è un problema, perché l’editore a pagamento farà solo finta di distribuire il tuo, in realtà non accadrà MAI.

Un sentito grazie a Giuseppe Agnoletti per la sua disponibilità e un doveroso in  bocca al lupo per la sua carriera.

 

 

Il Signore del Canto, di Andrea Franco

Immaginare una società fondata sul canto, ove la magia stessa nasce e vive attraverso la voce dei musicanti, e riuscire a rendere credibile questo sistema, non è impresa semplice, ma Andrea Franco sembra riuscirci appieno. La storia, semplice e cristallina, è una storia d’amore che non anela a rappresentare l’ennesimo tentativo di salvare il mondo da parte del bene in lotta contro il male. Non c’è nulla di tutto questo nel breve romanzo pubblicato da DelosBooks, e ne siamo lieti, perché ciò che Franco ci racconta è qualcosa di lieve, che deve essere lieve, ma anche di profondamente sentito. Non si può non arrivare all’ultima pagina con una sensazione agrodolce che ci fa assaporare la chiusura pensando di aver letto qualcosa di buono, di cui rimane un ricordo piacevole.

 La vicenda narra di come Jamis, giovane di’erendis (musicante, appunto) cerchi di salvare la sua amata èlhear, scelta per essere la futura hel’erendis (Signora del Canto, indiscussa autorità del mondo di al’ajiss) da un destino che altrimenti li separerà per sempre. La hel’erendis in carica, l’austera Halaedris, si oppone con tutte le sue forze alla sfrontatezza del giovane, nel tentativo di preservare l’equilibrio di un sistema che da secoli tiene fuori gli uomini dalle alte cariche di governo, al fine di mantenere la pace nel mondo. Equilibrio che Jamis incrinerà fino al punto di rottura. Ma l’amore per la sua bella è tale da spingerlo a prendere una decisione che finirà per sorprendere la stessa Halaedris.

 Il romanzo, che conta poco più di cento pagine, è un viaggio che il lettore fa volentieri assieme a Jamis, col quale empatizza immediatamente. D’altronde, nella storia della letteratura, gli amori difficili sono da sempre tra i topoi di maggior successo, basti pensare a grandi classici quali I promessi sposi  di Alessandro Manzoni o a Romeo e Giulietta di William Shakespeare. Naturalmente qui siamo in ambito fantasy, ma il concetto di topoi abbraccia qualunque genere letterario, senza eccezione.

È una lettura che ci sentiamo di consigliare quindi, senza naturalmente avere grosse pretese, non tanto per la qualità – che c’è ed è indubbia – quanto per i contenuti che, a causa della brevità dell’opera, non arrivano a incidere quanto invece avrebbero potuto in uno spazio di pagine più ampio.

Non lasciarmi, di Mark Romanek

Il Terzo Occhio nasce come rubrica sul nero. Recensioni su libri e film che trattino di genere noir, horror, giallo e thriller. Tutto ciò che è nero, nel più ampio significato del termine, finisce sotto lo sguardo spietato della sua pupilla.

A volte accadono miracoli. Eccezioni alla regola. Che diventano regola esse stesse. Perché un film come questo, che sfiora la fantascienza pur non essendo tale, che sussurra al dramma pur rappresentando, allo stesso tempo, una pellicola di formazione, di crescita; un film come questo, dicevo, non può passare inosservato.

Cosa c’è di più nero della crudeltà di una società capace di creare esseri umani al solo scopo di utilizzarli come donatori di organi per le persone “normali”? La disumanità di questo sistema è letale. L’umanità di questi personaggi, impotenti di fronte al mondo in cui vivono, non può non lasciare uno strascico di tristezza che pervade il film dall’inizio alla fine.

Il senso di devastazione interiore dei tre protagonisti, interpretati in modo esemplare da Carey Mulligan – anche io narrante della storia – Andrew Garfield e Keira Knightley (guardatela su questo film e venitemi a dire che non sa recitare!), dirompe attraverso gli sguardi, i silenzi, le domande senza risposta, le scioccanti rivelazioni che ne determinano le scelte – giuste o sbagliate – fino allo struggente finale.

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Il Grande Notturno (di Ian Delacroix)

Attratto dalla suggestiva copertina di Diramazioni (vedi intervista su Knife 3) e dalla stimolante presentazione in quarta di copertina, il Terzo Occhio ha affrontato la lettura di questo libro colmo di aspettative. Non tutte, però, sono state soddisfatte.
Cominciamo col dire che a Ian Delacroix piace giocare.

Gioca con le fiabe (il riferimento iniziale al Pifferaio di Hamelin è dichiarato), con i titoli dei capitoli (ognuno è una citazione ben precisa, letteraria e/o cinematografica), con la struttura della storia (saltare da contenuti horror a quelli fantasy, passando per le leggende nordiche, non è cosa da poco), coi personaggi (visto che non sembra esserci un vero protagonista se non la storia – anzi la leggenda – stessa) e con il lettore, al quale fa gustare ogni volta sapori, odori e sensazioni diverse.

Ma tutto questo, badate bene, ha un prezzo. E il prezzo è, paradossalmente, proprio ciò che dovrebbe avere la precedenza su ogni altra cosa: l’attenzione del lettore.

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Rot & Ruin, di Jonathan Maberry

Romanzo finalista al Bram Stoker Award e vincitore di altri prestigiosi premi come il Dead Letter Award, il Cybilis Award e il Melinda Award, più che un libro sugli zombie, Rot & Ruin può essere considerato un vero e proprio spaccato sociale, che strizza l’occhio a quel mondo post-apocalittico tipico di film come Mad Max e Resident Evil.

Ma le differenze, a livello di soggetto, sono notevoli.

Tanto per cominciare, nella storia di Maberry non ci sono eroi votati all’azione o al “coattismo” spudorato. C’è un ragazzino, Benny Imura, che all’inizio è quanto di più fastidioso ci si possa ritrovare davanti, un piccolo arrogante capace solo di giudicare gli altri, ma incapace di farlo con obiettività. Tom, fratello di Benny e rinomato Cacciatore di zombie, ai suoi occhi non è altro che un vigliacco, che ha lasciato morire la madre senza muovere un dito per salvarla.
I miti di Benny sono altri, quel Charlie occhio-di-vetro ad esempio, o il suo socio Motor city Hammer, così spavaldi e divertenti, le loro gesta sono raccontate perfino sulle Zombie Card. Peccato che, Benny lo scoprirà a sue spese, si tratti di persone poco raccomandabili.
L’avventura di questo ragazzino è una sorta di viaggio iniziatico che segna il passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Questo tratto del romanzo ricorda molto opere statuarie come It di Stephen King, anche se le “dimensioni” qui sono molto più ridotte.

Da sempre chiusa nella piccola cittadina di Mountainside, la gente non è più abituata a pensare con la propria testa. Nel loro piccolo, i cittadini si sentono sicuri. Non sanno quale orrore si nasconde là fuori, nel territorio di Rot & Ruin. E non si tratta solo dei morti che vagano senza sosta, affamati.

Si tratta del rispetto per la vita, della dignità umana, della compassione.

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Le lacrime del drago, di Dean R. Koontz

Il Terzo Occhio è andato a spulciare nella sua biblioteca impolverata, alla ricerca di un vecchio libro da recensire. Molti i titoli esposti tra gli scaffali, ma nessuno ha attirato la sua attenzione. Fino a quando la pupilla non si è dilatata, mettendo a fuoco questo titolo: Le lacrime del drago, di Dean R. Koontz.

Il romanzo risale agli anni Novanta ma, lasciatemelo dire, è scritto dannatamente bene. La storia “acchiappa” nel vero senso della parola, la follia dilagante e il pathos visionario di Koontz strappano il lettore dalla sedia e lo teletrasportano sulle strade devastate dalla criminalità californiana. E poi, ancora più in profondità, nella mente malata di un serial killer dotato di poteri paranormali.

Un enorme abitatore delle strade, un buon metro e novanta, ripugnante e vestito di stracci, stava davanti a lui, a non più di un passo. La sua faccia era sfigurata da cicatrici e piaghe purulente. Gli occhi erano stretti, poco più che due fessure, incrostati agli angoli da una biancastra cistosità gommosa. L’alito che usciva tra i denti marci del barbone, tra le labbra putrescenti, era così fetido che Harry ebbe un conato di vomito.

“Tic tac, tic tac” ripeté il vagabondo.

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