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Latte e biscotti

biscotti-per-la-colazione

Per augurare a tutti un gioioso 2015, ecco a voi un mio piccolo regalo festaiolo!

Apro gli occhi e i raggi caldi del sole irrompono vividi nella stanza, un buco rettangolare con un letto, un armadio a due ante, una scrivania e due ridicole sedie di legno, di quelle pieghevoli da pic-nic che costano due soldi.
Mi alzo, infilo le pantofole e arranco in bagno, dove la mia immagine mi aggredisce riflessa nello specchio sporco di schizzi d’acqua e ditate, una faccia scura, due occhiaie a solcarmi il viso e uno spruzzo di capelli ricci sulla testa, proprio un’espressione sveglia, non c’è che dire.
Mi do una lavata e quando torno in camera m’infilo i jeans e la maglietta rossa di ieri.
Poi vado in cucina, dove aleggia uno strano odore di caffè misto a qualcosa di andato a male.
Mi siedo a tavola, davanti a una tazza di latte freddo e un pacco di biscotti già aperto e trangugio tutto voracemente.
– Ma’, sto latte è rancido! – mi urto dopo un po’, ruttando e ridendo. – Ops, scusa!
Lei non risponde, se ne sta lì con la testa riversa nella ciotola, al sicuro in quel velo di silenzio in cui ristagna ormai da giorni.
Mi alzo e le vado vicino.
La faccia è gonfia e livida ed emana una puzza sgradevole, i capelli galleggiano nella ciotola tra il latte e il sangue, in un miscuglio che ha assunto una tonalità grigiastra, incolore. La nuca sbrilluccica del sangue sgorgato dalla ferita celata tra i capelli, ormai una poltiglia informe poco al di sopra del collo, riconoscibile solo per via del coltellaccio che le è rimasto conficcato dentro.
Fuori c’è un bel sole e il mare giù alla spiaggia mugghia nel vento, quasi intonando il mio nome.
Come resistere a un richiamo simile? E poi ho proprio voglia di un bel bagno insieme ai miei amichetti. Ma se mi fottono un’altra biglia m’incazzo. E gli faccio vedere io. Sissignore.
E dovrò anche decidermi a chiamare il Telefono Azzurro. Sono giorni che ripasso la conversazione:
– Per favore, dovete aiutarmi. Ho paura di mia madre, lei… mi molesta, tutte le notti! Ho solo undici anni!

Ottobre 1943

Maria si stringe il libro al petto.

Fuori infuria la guerra, tuoni scuotono il pavimento, tremano i vetri, oscillano le ombre al dondolio della lampadina che scende, glabra, dal soffitto.

È pallida Maria, lacrime le rigano le guance, come rivoli d’acqua che discendono lievi da  una roccia scoscesa. In strada rimbombano le urla, più degli spari, più delle esplosioni.

I soldati stanno entrando di casa in casa, si prendono ciò che non è loro e distruggono quel che non possono avere. Come le donne, se si oppongono. O i libri, che costringono a pensare, ad abbassare gli occhi e a provare vergogna di sé. Delle proprie azioni.

Sulla soglia della camera compare suo padre, lo sguardo come un mare liquido che non riesce a placare; a quegli occhi lei si aggrappa, con tutte le forze, per non lasciarsi andare, per riuscire a sperare anche solo un altro minuto. Perché papà è lì. E la protegge.

Sempre.

Ma le finestre vibrano, le porte vengono spalancate a calci, i passi frenetici di uomini spietati corrono su per le scale. Rumori più intensi. Più grandi. Come se non ci fosse  altro in quel momento, come se il cielo stesso urlasse furioso e picchiasse sui palazzi per entrare.

«Papà»

Lui scuote la testa e si porta un dito sulle labbra.

Silenzio, sta dicendo. Ti prego.

Ma è una preghiera rivolta altrove, non a lei. Semmai, è per lei.

Maria osserva il fuoco che arde nel caminetto. Pochi tizzoni ancora accesi, fra poco non resterà più niente, come della sua città.

Allontana il libro dal petto e lo sguardo le scivola lungo la copertina di pelle morbida, sui bordi d’ottone, sull’immagine di una principessa incisa a mano. La favola di Cenerentola, l’unico ricordo di sua madre che sia interamente suo.

Il volto scavato, le braccia ossute, le iridi incolori. Ecco che riaffiora l’ultima immagine della mamma. Non vorrebbe rammentarla così, Maria, ma non riesce a vedere il sorriso largo e perfetto di un tempo, la risata limpida, i baci e le carezze. Tutto ciò che la memoria le offre, pescando da un torbido abisso, è quel letto bianco, il corpo fragile come lo stelo di un giunco adagiato su lenzuola sgualcite. La morte disegnata su ogni poro di quella pelle stanca e martoriata.

«Passerà»  mormora appena suo padre, e Maria non sa se sta parlando di quel momento o del dolore che lei ha dentro.

Poi arrivano. Tutto l’appartamento pare come esplodere sotto i colpi che scuotono l’uscio.

«Aprite, in nome del Reich

Mesto, suo padre obbedisce. Dopo aver trafficato per qualche istante col chiavistello, apre la porta e si lascia spingere contro il muro, mentre un manipolo di giganti avvolti in neri pastrani sciama all’interno.

Uno di loro afferra Maria per un braccio, costringendola ad alzarsi.

«Che libro hai, ragazzina?»  La voce le arriva dritta al cuore come un proiettile. Le mani che violentano la sua anima, strappandole di petto il libro, fanno anche di peggio.

Maria urla e piange, mentre la figura della principessa si allontana dalle sue dita.

Una mano callosa si alza, poi ridiscende implacabile.

Sebbene la guancia sia ora simile a un calderone in fiamme, Maria non urla, non più di quanto ha fatto per la perdita di Cenerentola, di quell’unico ricordo ora spezzato.

I soldati sbraitano qualcosa, suo padre mormora qualche frase stentata sul loro diritto a vivere, a sopravvivere, ma riceve in cambio pugni e calci e l’accusa di essere simpatizzanti degli ebrei.

Maria non ne sa molto di diritti, né  di leggi, ma ha imparato a stare lontana dagli ebrei, sempre, anche se quel libro proviene dalla bottega libraia del vecchio Eliah, in fondo alla strada.

«Cenerentola sei tu.» Ricorda ancora le parole di sua madre nel confidarle quel prezioso segreto. «Rechi in te l’amore che può cambiare il mondo.»

Un fitto tramestio la trascina nuovamente nell’incubo che sta vivendo.

Maria non guarda, ma avverte i passi dell’uomo che le ha strappato il libro spostarsi verso il camino.

«Per ordine del Fuhrer!»  sbraita il fanatico, lanciando Cenerentola tra i tizzoni accesi.

Il soldato afferra un attizzatoio e rimesta nella brace fino a che le fiamme divampano, avvolgendo il libro.

Un penoso coro di risa riecheggia nella casa. I soldati se ne vanno, lasciando lei a terra, in lacrime, e suo padre in un lago di sangue, a ridosso della porta d’ingresso.

Quando delle loro voci non rimane che un’eco distorta, Maria si alza e corre fino al camino. Afferra l’attizzatoio, lo stesso che il soldato ha usato per spezzare i suoi ricordi, e spinge il libro lontano dalla brace. Cenerentola ricade sul pavimento in mezzo a una pioggia di carboni ardenti e scintille. I bordi stanno ancora bruciando, la copertina è nera e avvizzita, ma lei sa che è tutto lì.

«Papà!» piange, la voce strozzata. Suo padre si sta muovendo, sul pavimento. Striscia verso di lei.

Con un lembo della gonna Maria apre il libro, sfogliando alcune pagine. A parte i bordi, che sono smozzicati e anneriti per un paio di centimetri verso l’interno, la carta è ingiallita ma incolume.

«Papà, il libro è salvo!»

Un lamento.

«Papà?»

«Papà!»

Non si muove.

Maria si alza e corre da lui. Ma è soltanto un corpo esanime, riverso in una pozza rossastra che si allarga sul pavimento. Gli occhi, immobili, sono girati all’insù. La ragazzina crolla in ginocchio, le mani piccole a cercare quelle grandi e scure del papà. Che non ricambiano la sua stretta.

Mentre riversa nel cielo o in quell’inferno che ne ha preso il posto litri di dolore, sente che il libro è la sola cosa che le rimane.

Non può restare ancora. Non è pronta per tutto questo Male.

Apre il tomo a metà, tenendolo aperto sulle ginocchia.

È ora di tornare a casa, dice a se stessa, mentre una luce azzurrognola si effonde dal libro bruciacchiato. Magari, un giorno, qualcuno troverà questo libro e mi riporterà in vita, in un modo o nell’altro. 

«Bidibi bodibi bu…»