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“Nessun uomo è mio fratello”, di Clelia Farris (recensione)

Vincitore del Premio Odissea 2009, questo romanzo si presenta come una finestra su una realtà “alternativa” così vivida da ricreare l’illusione che possa, in un futuro non poi così lontano, concretizzarsi. La domanda che l’autrice sembra voler porre al lettore è: cosa accadrebbe, se il nostro destino fosse segnato fin dalla nascita?
Nel mondo di Enki, giovane contadino indonesiano vessato dalle angherie di un padre cinico, tormentato dalla figura di una madre morta che ricorda a mala pena, non c’è spazio per il libero arbitrio, non se si nasce con il segno della V sulla pelle. V, uguale Vittima. C, Carnefice. Ogni persona nasce con un segno distintivo che ne schiera l’esistenza in una o nell’altra parte. Nascere con la V significa vivere nella paura di essere, un giorno, ucciso dal proprio Carnefice. In questa società l’omicidio è ancora un reato, ma se un Carnefice uccide la sua Vittima, allora l’infame delitto è riconosciuto come legale e nessuna condanna viene emessa.
Per questo le Vittime cercano di nascondere il proprio segno.

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