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Morte in aprile, di José Luis Correa

Lei si addormentò, o finse di addormentarsi, molto prima di me, non per niente io mi ero alzato dopo mezzogiorno. Mi dedicai a sentirla respirare accanto a me, ad ascoltare i suoi gemiti, a sentire il suo profumo, a vegliarle il sonno, ad accoglierla nell’incavo delle mie braccia quando si girò e si accoccolò lì come se avesse intenzione di restarci a vivere per sempre. E mi dedicai a restituirle ognuno dei suoi baci, veri o sognati, e a ricevere il calore del suo corpo e a desiderarla di nuovo e sempre con dolcezza.

Torna Ricardo Blanco, detective di Las Palmas che sembra venuto fuori da un altro tempo, duro e cinico a volte, ma anche goffo e sentimentale, creatura sull’orlo dell’estinzione, che non si rassegna alle ingiustizie e lotta strenuamente contro di esse, anche gratis se occorre, pur di mettere a nudo le nascoste verità in cui viene continuamente invischiato.
Questo secondo capitolo delle sue avventure è forse più profondo rispetto al primo, la sua personalità si delinea in maniera più precisa, dipingendone la forza e la fragilità con tratti da maestro. Correa, a suo modo, è un maestro. Abile nel tessere una ragnatela in cui invischiare il suo amato protatonista, abile nel mettere in piedi situazioni anche al limite del credibile, che il lettore finisce per accettare per buone perché, si dice, è il mondo di Ricardo Blanco a essere al limite del credibile.

Le passioni del detective vengono stravolte in questo romanzo da un serial killer spietato e lucido, pur nella sua pazzia. Le persone che ama verranno trascinate in un vortice che rischia di portarsi via quello stesso mondo di Blanco, così variopinto, vivido, indimenticabile.

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Il sentiero di rose, di Marcello Gagliani Caputo

Nel panorama degli esordienti c’è sempre qualche nuovo nome interessante e il Terzo Occhio stavolta si è posato su Marcello Gagliani Caputo, che ha composto un thriller di ambientazione italiana dalle potenzialità in parte inespresse.
Il libro è strutturato in modo che il lettore segua tre vicende diverse, convergenti nel finale.
C’è un commissario a cui viene affidata l’indagine su una serie di delitti che ricalcano in tutto e per tutto degli omicidi avvenuti quattro anni prima, l’ultimo dei quali ha visto la morte di sua figlia. E quindi c’è introspezione psicologica, c’è il conflitto, la paura di non essere di nuovo all’altezza, il coraggio di riprovarci, la determinazione di un uomo spezzato.
Ci sono due ragazzi che si incontrano e si innamorano. La loro storia è però segnata dalla ricomparsa di un ex-fidanzato geloso e dalla nascosta minaccia di questi delitti, che sembrano puntare a dividerli, in un modo o nell’altro.
C’è un vecchio psicologo costretto a rituffarsi nel passato per affrontare i suoi fantasmi e mettere fine, una volta per tutte, agli omicidi del “paparazzo”, come viene chiamato il serial killer delle rose, che ama sistemare le sue vittime in pose che ricordano quelle di un calendario.

Opera Sei, di David Riva

Quattro squilli, poi la voce di Magdalina, lontana.
«L’hai trovata?»
Un attimo, per chiudere gli occhi e rispondere:
«Sì».

Una ricerca spasmodica tra Europa e Sud America, una ragazza – Ester – sola, in pericolo, nelle mani di un’organizzazione criminale – Metafisica – che non si fa scrupoli pur di vendere le opere d’arte del geniale chirurgo plastico Hao Myung.
La sua vena artistica corre sul filo di un rasoio chiamato follia, o limite. Limite della moralità e della dignità umana. Ma Myung non lo fa per denaro, lui si considera un artista e così la pensano pure tutte le sue opere, le persone che hanno deciso di immolarsi al fine ultimo di mostrare al mondo ciò che sono veramente, dentro. Per questo Ester, come altri cinque individui prima di lei, ha accettato la proposta del chirurgo cinese. La libertà di essere ciò che sente di essere, vale il sacrifico che le viene richiesto.
Peccato che venga nascosto a tutti i prescelti il vero motivo della trasformazione. Nessuno di loro, una volta realizzato l’ardito desiderio, tornerà mai più a casa: il loro destino è nelle mani del miglior offerente.

Devil Red, di Joe R. Lansdale

Joe R. Lansdale torna con i suoi cavalli di battaglia Hap & Leonard, una strampalata coppia di detective poco conformi alle regole in grado di trasformare ogni indagine in un parco divertimenti per il lettore. Lo stile vivace e scanzonato è – per dirla alla Lansdale – come una colata di burro fuso tra le pagine. Ci si lascia trasportare, ammaliati e divertiti, dalle azioni violente e esasperate di questa coppia di scavezzacollo, personaggi sempre un po’ sopra le righe e mai scontati.
Hap Collins è l’io narrante, l’anima in pena, che si pone domande su cosa è giusto e cosa no, trascinato dalle proprie emozioni che, man mano che la vicenda si snoda, lo costringono a riemergere dal torbido delle sue paure e frustrazioni, per riportarlo a galla e spingerlo a combattere.
Leonard Pine è il suo amico, socio e fratello, un istrionico gay di colore arrogante e provocatore, che sembra ogni volta aspirare alla rissa o – nel migliore dei casi – a una sana sparatoria.

La sottile linea scura, di Joe R. Lansdale

Lansdale ci ha abituati, nel tempo, al suo stile impressionista. Attraverso le parole è in grado di rievocare suoni, odori, immagini di  un America in stato confusionale, nell’epoca dei conflitti razziali, come nel bellissimo “In fondo alla palude”, tanto per citare un altro dei suoi romanzi più riusciti. La Sottile Linea Scura si colloca in questo filone in maniera violenta e, quando giriamo l’ultima pagina, lo facciamo con la consapevolezza di avere imparato qualcosa di quel tempo, di quei luoghi, della gente che vi viveva. A raccontare questa storia è un anziano Stanley Mitchell, che ripercorre le vicende della sua giovinezza, tornando all’estate del 1958, nella cittadina di Dewmont in Texas, estate in cui il ragazzino Stanley si ritrovò di botto sparato fuori dall’adolescenza verso le realtà, a volte crude, a volte drammatiche, dell’età adulta.

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