Archivio | ottobre 2010

Sfida senza regole, di Jon Avnet

Sfida senza regole è un esempio di come si possa realizzare un film mediocre pur avendo a disposizione un cast stellare. Intendiamoci, la sceneggiatura a livello di dialoghi non è male, ma la struttura della pellicola fa acqua da tutte le parti. Già dopo la prima mezzora appare chiaro dove la storia andrà a parare; quello che dovrebbe essere un inganno per lo spettatore diventa quasi da subito un depistaggio mal riuscito, talmente evidente che verso la fine vien da chiedersi se non sia un escamotage per ingannare doppiamente lo spettatore. Ahimé, non è così, e il finale è quanto di più telefonato possa esserci. Un vero peccato per un thriller che vede protagonisti Al Pacino e Robert De Niro nei panni di due detectives veterani dalle personalità eccentriche, in grado di divertire e trascinare lo spettatore nelle loro vicende personali, fino a renderli degni di stima e simpatia, quasi fossero due amiconi da cui sarà poi difficile separarsi.

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Devil Red, di Joe R. Lansdale

Joe R. Lansdale torna con i suoi cavalli di battaglia Hap & Leonard, una strampalata coppia di detective poco conformi alle regole in grado di trasformare ogni indagine in un parco divertimenti per il lettore. Lo stile vivace e scanzonato è – per dirla alla Lansdale – come una colata di burro fuso tra le pagine. Ci si lascia trasportare, ammaliati e divertiti, dalle azioni violente e esasperate di questa coppia di scavezzacollo, personaggi sempre un po’ sopra le righe e mai scontati.
Hap Collins è l’io narrante, l’anima in pena, che si pone domande su cosa è giusto e cosa no, trascinato dalle proprie emozioni che, man mano che la vicenda si snoda, lo costringono a riemergere dal torbido delle sue paure e frustrazioni, per riportarlo a galla e spingerlo a combattere.
Leonard Pine è il suo amico, socio e fratello, un istrionico gay di colore arrogante e provocatore, che sembra ogni volta aspirare alla rissa o – nel migliore dei casi – a una sana sparatoria.

Canto del declivio, quinto a Usam

Nell’edizione Usam – Una storia al mese – di ottobre 2010, torno ad affacciarmi tra i finalisti con il racconto breve Canto del declivio, una storia di mare, d’amore e morte, o più semplicemente di fantasmi.

Si tratta di un viaggio nel tempo, nella mente e nell’anima, accompagnato dallo scrosciar delle onde contro gli scogli e da un macabro, triste e malinconico lamento.

Il linguaggio usato in questo pezzo è tra l’aulico e il poetico, sebbene abbia voluto dare un’impronta gotica al tutto.

Qui di seguito, la classifica finale di ottobre:
1 – Lupastro di Stefano Pastor
2 – Ratti di Roberto Bommarito
3 – Le Metaformosi di un Velocipedista di Giuseppe Agnoletti
4 – Spine di Alberto Priora
5 – Canto del Declivio di Daniele Picciuti

Memento, di Cristopher Nolan

Nel 2000 Cristopher Nolan porta sul grande schermo un film destinato a entrare nella storia del cinema. E’ Memento, ambigua storia di un uomo all’eterna ricerca dell’assassino di sua moglie; eterna perchè lo sfortunato Leonard Shelby (Guy Pearce) soffre di una rara forma di amnesia a causa della quale non è in grado di memorizzare quel che gli accade intorno se non per breve tempo, scordando dopo poche ore tutto ciò che riesce a scoprire. Per questo la sua auto è sommersa di foglietti dove appunta i suoi progressi nelle indagini, e si serve di una polaroid allo scopo di immortalare dettagli che altrimenti dimenticherebbe; il suo corpo stesso è tappezzato di tatuaggi che riportano gli avvenimenti più importanti occorsi dal momento in cui ha avuto inizio il suo calvario. Il suo ultimo ricordo nitido è quello dell’amata moglie, violentata e uccisa senza pietà, frammento così intenso e doloroso da spingerlo ossessivamente a inseguire la vendetta, ormai sua unica ragione di vita.

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A perfect getaway: recensione

David Twohy è un regista di notevoli potenzialità, esploso con il binomio fantascientifico che ha lanciato il roccioso Vin Diesel nel mutevole panorama hollywoodiano, ovvero Pitch Black e The Chronicals od Riddick. Ha inoltre all’attivo diverse sceneggiature (come il Fuggitivo e Soldato Jane) e, sebbene non sia tra i registi più noti, può vantare quindi diversi successi al botteghino. A Perfect Getaway però è un esempio di come un’idea di per sè vincente possa essere sviluppata in modo lento, fino quasi ad annoiare lo spettatore.

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Alice in Wonderland

Di Tim Burton si può dire tutto ma non che il suo stile non si riconosca. Può piacere o non piacere, può far storcere la bocca o strappare una risata, ma l’irriverenza, la tristezza, l’ironia dei suoi personaggi sono le armi con cui, in ogni suo film, sorprende il pubblico.

Alice in Wonderland si presenta nei cinema con l’innovazione – se così si può dire – della visione in 3D. La realtà è che il film non ne avrebbe bisogno.

La cura della scenografia digitale, a partire dai colori del cielo e fino ad arrivare alla gradazione degli occhi del Cappellaio Matto, è qualcosa di strabiliante. È il classico film girato su schermo verde, in cui gli attori – alcuni in costume, altri in tuta – recitano con interlocutori immaginari. Avete presente il Gollum de Il Signore degli Anelli? O la Neytiri di Avatar?

Si tratta di personaggi digitalizzati, ricostruiti al computer grazie ad appositi sensori che, inseriti nelle tute indossate dagli attori, ne rilevano i movimenti. Nel film recitano in questo modo Crispin Glover (ovvero Ilosovic Stayne, il fante di cuori) e Matt Lucas (nella doppia parte di Pancopinco e Pincopanco).

Buona l’interpretazione di Johnny Depp, il Cappellaio Matto, che offre l’ennesima prova della sua versatilità artistica, passando da momenti di ilarità estrema ad altri di profonda cupezza. È come se il Cappellaio fosse eternamente combattuto tra il passato, il cui drammatico ricordo non fa che gettarlo nello sconforto, e il presente, che è così estraneo e assurdo da spingerlo a dire e fare cose altrettanto o ancor più assurde, quasi fosse una reazione di rifiuto della realtà in cui si trova.

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