Archivio | dicembre 2011

I Racconti del sangue e dell’acqua: Recensione su MArte Magazine

Un nuovo modo di raccontare l’orrore e di farlo in Italia dove la tradizione horror ha subito una forte battuta d’arresto. Racconti di sangue e dolore, di acqua che non è vita ma è perdita e che diventano un doppio ciclo.

Daniele Picciuti, presenta in occasione delle finalissime MArteLive il suo nuovo romanzo, I racconti del sangue e dell’acqua, Edizioni Bel- Ami e quello che ci ritroviamo tra le mani è un piccolo gioiello di genere dove il sangue, linfa dell’uomo e di ogni creatura, e l’acqua, fonte primaria dell’esistenza di ogni essere vivente, sono il sottile filo conduttore di tredici storie sospese tra realtà e incubo, tra paure e debolezze, tra ignoto e surreale.
Forse più vicino alle antiche storie di terrore di matrice lovecraftiana (ma ci sono elementi che ricordano molto anche Stevenson, Le Fanu e Poe), che non alle moderne vicende del genere che proliferano in libreria, Picciuti ci lascia una raccolta che va dalla paura alla debolezza umana tramutate in tare della mente, a il male dell’anima, tutte ambientate sul suolo italiano, a rivendicare una cittadinanza letteraria troppo spesso sottovalutata.

Ci sono cose che gli uomini non possono e non vogliono vedere, ci sono elementi surreali che rendono più vivido il ricordo: il primo ciclo di storie, quello del sangue, è introdotto da una citazione di Stephen King (Terre desolate), il secondo segmento è presentato da una “ripresa” di H.P. Lovecraft (L’Oceano della notte), mentre ogni racconto ha un sottotitolo indicante la sua diretta connessione al sangue o all’acqua. Ed è così che storie e personaggi incalzano il lettore, uno dietro l’altro, in un impeto che include sesso e infamia, vita e dolore, morte e redenzione, come a dimostrare che non è affatto vero che il genere racconto è morto e sepolto (piuttosto, visto il tema, diremmo risorto dalla tomba come uno zombie).

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Rot & Ruin, di Jonathan Maberry

Romanzo finalista al Bram Stoker Award e vincitore di altri prestigiosi premi come il Dead Letter Award, il Cybilis Award e il Melinda Award, più che un libro sugli zombie, Rot & Ruin può essere considerato un vero e proprio spaccato sociale, che strizza l’occhio a quel mondo post-apocalittico tipico di film come Mad Max e Resident Evil.

Ma le differenze, a livello di soggetto, sono notevoli.

Tanto per cominciare, nella storia di Maberry non ci sono eroi votati all’azione o al “coattismo” spudorato. C’è un ragazzino, Benny Imura, che all’inizio è quanto di più fastidioso ci si possa ritrovare davanti, un piccolo arrogante capace solo di giudicare gli altri, ma incapace di farlo con obiettività. Tom, fratello di Benny e rinomato Cacciatore di zombie, ai suoi occhi non è altro che un vigliacco, che ha lasciato morire la madre senza muovere un dito per salvarla.
I miti di Benny sono altri, quel Charlie occhio-di-vetro ad esempio, o il suo socio Motor city Hammer, così spavaldi e divertenti, le loro gesta sono raccontate perfino sulle Zombie Card. Peccato che, Benny lo scoprirà a sue spese, si tratti di persone poco raccomandabili.
L’avventura di questo ragazzino è una sorta di viaggio iniziatico che segna il passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Questo tratto del romanzo ricorda molto opere statuarie come It di Stephen King, anche se le “dimensioni” qui sono molto più ridotte.

Da sempre chiusa nella piccola cittadina di Mountainside, la gente non è più abituata a pensare con la propria testa. Nel loro piccolo, i cittadini si sentono sicuri. Non sanno quale orrore si nasconde là fuori, nel territorio di Rot & Ruin. E non si tratta solo dei morti che vagano senza sosta, affamati.

Si tratta del rispetto per la vita, della dignità umana, della compassione.

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Intervista su Strepitesti

Benvenuto in StrepiTesti Daniele.
Scrittore, articolista, recensore, organizzatore di concorsi letterari… la tua biografia ci propone il ritratto di un personaggio eclettico. Tu come ti presenteresti ai nostri lettori?

Difficile parlare di me senza scadere nel già visto e sentito. Mi piacerebbe inventarmi un profilo tra il serial killer e l’angelo vendicatore, ma la verità è che sono una persona come tante, che ha nella creatività e nella fantasia l’arma migliore. Almeno, questo è quello che gli altri hanno sempre detto di me, e penso sia vero. Mi piace inventare, escogitare, creare. In quest’ottica i racconti, gli articoli e i concorsi hanno un’origine comune. Nascono da nuove idee. E le dita picchiettano veloci sulla tastiera trasformando in caratteri, parole, frasi e pagine quelle che nascono come idee.

Quando e perché hai cominciato a scrivere?

Ecco una domanda a cui è difficile rispondere con qualcosa di diverso dal solito “scrivo fin da quando ero bambino”. Nella maggior parte dei casi è così. Sono poche le persone che ammettono di aver cominciato a scrivere tardi. Nel mio caso, che dire? Ricordo ancora la mia prima Olivetti, una macchina da scrivere che oggi sarebbe considerata antidiluviana, ma che mi ha accompagnato per molto tempo nella mia infanzia. Ho sempre scritto. Come ho detto prima, la creatività e la fantasia sono dentro di me. Vorticano frenetiche alla ricerca di uno sbocco. E, quando succede, devo farle uscire o rischiano di inficiare la vita reale. Quante volte, mentre faccio una qualsiasi cosa, ho il colpo di genio, l’idea scatenante, e la devo mettere su carta? Anche un piccolo appunto, per non dimenticarla. Perché può succedere che, se non fermi subito l’idea, questa sguscia via, magari per far posto subito a un’altra. Carpe diem. Ecco. Questo è essenziale.

Sangue e acqua sono i due elementi che fanno da trait d’union ai racconti contenuti nella tua antologia. A cosa si deve questa scelta?

Volevo comporre una raccolta che non fosse semplicemente un’accozzaglia di racconti senza nulla in comune. Volevo fossero horror, questo è chiaro, ma dovevo trovare qualcosa che li accomunasse. Alcuni erano già scritti, altri li ho scritti dopo aver avuto l’idea. Essenzialmente trovo che il sangue e l’acqua, elementi che rappresentano la vita sulla Terra, si prestino a un gioco perverso. Ovvero, pur simbolicamente legati alla vita, non sono così lontani dal concetto di morte. Il sangue soprattutto. L’immagine di una ferita, del sangue che scorre, è vivida in ognuno di noi. A chi non è capitato di farsi male? Quanti film vediamo in tv o al cinema in cui litri di sangue scorrono durante questo o quell’altro omicidio? Per il sangue è stato facile. L’acqua, invece, che ci avvolge alla nascita e poi ci libera, che ci disseta quando siamo disidratati, che genera la vita… è molto più legata a un simbolismo positivo. Eppure… l’acqua racchiude anche un senso di mistero. Il mare, una distesa oceanica infinita sotto cui si muove silenzioso e non visto un mondo sommerso imperscrutabile. Un lago, melmoso e infestato di alghe, ideale nascondiglio per un cadavere. L’acqua vive nell’immaginario comune anche per questo. In definitiva, ho cercato di riprodurre il concetto di yin e yang (vita e morte, bene e male) attraverso questi due cicli: sangue e acqua.

Le lacrime del drago, di Dean R. Koontz

Il Terzo Occhio è andato a spulciare nella sua biblioteca impolverata, alla ricerca di un vecchio libro da recensire. Molti i titoli esposti tra gli scaffali, ma nessuno ha attirato la sua attenzione. Fino a quando la pupilla non si è dilatata, mettendo a fuoco questo titolo: Le lacrime del drago, di Dean R. Koontz.

Il romanzo risale agli anni Novanta ma, lasciatemelo dire, è scritto dannatamente bene. La storia “acchiappa” nel vero senso della parola, la follia dilagante e il pathos visionario di Koontz strappano il lettore dalla sedia e lo teletrasportano sulle strade devastate dalla criminalità californiana. E poi, ancora più in profondità, nella mente malata di un serial killer dotato di poteri paranormali.

Un enorme abitatore delle strade, un buon metro e novanta, ripugnante e vestito di stracci, stava davanti a lui, a non più di un passo. La sua faccia era sfigurata da cicatrici e piaghe purulente. Gli occhi erano stretti, poco più che due fessure, incrostati agli angoli da una biancastra cistosità gommosa. L’alito che usciva tra i denti marci del barbone, tra le labbra putrescenti, era così fetido che Harry ebbe un conato di vomito.

“Tic tac, tic tac” ripeté il vagabondo.

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